Di Miria Maiorani
A Villa De Sanctis il tempo si è fermato: a tu per tu con il mito di Alberto Sordi
A volte Roma sa fare dei regali che riconciliano con la sua anima più profonda. Lunedì 15 giugno, in occasione del 106° anniversario della sua nascita, è stata inaugurata a Villa De Sanctis – nel cuore del quadrante Casilino/Pigneto – la prima statua ufficiale in bronzo dedicata ad Alberto Sordi.
Un evento solenne che ha visto la partecipazione del sindaco di Roma Roberto Gualtieri, del presidente del V Municipio Mauro Caliste e del presidente della Fondazione Museo Alberto Sordi, il dottor Giambattista Faralli.
Noi del ViviRoma abbiamo voluto fare visita al monumento oggi, a riflettori istituzionali spenti, per vivere un incontro intimo e sincero con quello che è stato, e rimane, un colosso insuperabile di bravura e umanità.
La spinta del V Municipio: un’attesa ripagata
L’opera, che restituisce ai romani il proprio paladino, è un traguardo fortemente voluto e promosso dal V Municipio, grazie all’impegno in prima linea del suo presidente, Mauro Caliste.
Non è un mistero: la statua doveva essere pronta già tre anni fa, per il ventennale della scomparsa dell’attore. Tra lungaggini di vario genere la cittadinanza ha dovuto attendere a lungo prima di veder posata questa pietra della memoria.
Ma stando qui oggi, osservando il risultato finale, possiamo dirlo ad alta voce e senza riserve: abbiamo aspettato, ma ne è valsa maledettamente la pena.
Due giovani talenti e la sapienza della Fonderia
La scultura a grandezza naturale porta con sé un bellissimo filo intergenerazionale:
il progetto grafico è infatti l’opera di due giovani studenti nati nel 2005, vincitori del concorso scolastico “I romani per Alberto Sordi”.
Il disegno è stato poi trasformato in un capolavoro plastico e tridimensionale dallo scultore Massimiliano Saccucci e forgiato magistralmente in bronzo dalla storica Fonderia Domus Dei 1963, che ha lavorato in stretta collaborazione con la Fondazione Museo Alberto Sordi.
Un’oasi di pace e di vita popolare
La scultura è stata posizionata in un angolo del parco che sembra essere stato disegnato apposta per accogliere le persone, per farle fermare a scambiare due chiacchiere o a raccogliersi nei propri pensieri.
In un quartiere così densamente popolare, vibrante e caotico, qui si respira una pace inusuale.
Mentre eravamo lì, abbiamo assistito a un continuo e commovente viavai.
I passanti, fieri custodi di quella romanità popolare così genuina, non tirano dritto.
C’è chi si ferma per scattarsi un selfie ricordo stringendogli la mano, chi gli lancia uno sguardo complice e chi, ad alta voce, accenna una delle battute epiche dei suoi film più famosi.
Da “Io so io e voi …. oppure Maccarone, m’hai provocato“ fino a “Lavoratori!…”, la villa si riempie di sorrisi.
L’impatto visivo è immediato: Albertone è lì, seduto con naturalezza su una panchina di ferro. Ha la mano alzata, in quel tipico gesto romano che non è un saluto formale, ma un “Ahò, vié qua” rivolto alla sua gente.
Guardandolo in questo contesto, sembra quasi di ascoltarlo rispondere a tono alle battute dei passanti, guardandoli negli occhi per prenderli in giro bonariamente.
Seduti accanto al mito: quegli occhi vivi che ti osservano
Ma è quando decidi di superare la timidezza e di sederti sulla panchina, proprio accanto a lui, che l’emozione si fa travolgente ed è quasi impressionante.
Stargli a un palmo di naso toglie il fiato. Lo scultore ha compiuto un vero miracolo espressivo nei dettagli del volto.
Nonostante la materia fredda e scura del bronzo, la luce del sole crea un gioco di riflessi straordinario: per un’illusione ottica dettata dalla suggestione e dalla maestria dell’opera, sembra quasi di intravedere il celeste limpido dei suoi occhi reali.

Sedersi accanto a lui dà la netta e vivida sensazione di essere osservati da occhi vivi. Non è una statua inerte; è una presenza.
Ti scruta con quella sua risata sorniona che la racconta tutta sul mondo, su Roma e sulla vita.
L’orgoglio di una romanità perduta
Questo monumento rappresenta un’operazione di nostalgia potentissima, ma anche un faro culturale.
Camminando a Villa De Sanctis si avverte forte l’orgoglio dei residenti e dei visitatori. Alberto Sordi ha incarnato una romanità verace, fiera, cinica ma dal cuore immenso;
un modo di essere che oggi, in una metropoli sempre più globalizzata e frenetica, sembra purtroppo quasi del tutto perso.
Ritrovarlo qui, a due passi dalla Marranella e dalle strade che fecero da sfondo ai suoi capolavori neorealisti e alle commedie immortali (come Un borghese piccolo piccolo, girato proprio in queste zone), è una carezza per il cuore.
Albertone è tornato a casa, pronto a fare compagnia a chiunque abbia cinque minuti da regalargli per una foto, una risata o un pizzico di sana nostalgia romana.
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