Nel 1905, al Salon d’Automne, il critico Louis Vauxcelles coniò un termine destinato a entrare nella storia: “fauves”, belve. Così definì, con intento polemico, le opere di Henri Matisse e dei suoi compagni. Quel giudizio divenne il nome di uno dei movimenti più radicali del Novecento: il Fauvismo.
Colori puri, accesi, stesi in campiture piatte. Niente più illusioni prospettiche: il colore diventa protagonista assoluto, linguaggio autonomo, energia pura. È l’inizio di una ricerca che Matisse non abbandonerà mai.
Ma è negli ultimi anni della sua vita che questa ricerca raggiunge una potenza inattesa.
Nel 1941 gli viene diagnosticato un tumore. Due interventi, poi la sedia a rotelle. Eppure, proprio quando tutto sembra fermarsi, l’arte di Matisse esplode in una nuova forma.
“Disegnare con le forbici”: la nascita dei papiers découpés
Impossibilitato a dipingere, Matisse inventa. Nascono i papiers découpés: fogli di carta colorati a guazzo, ritagliati e assemblati in composizioni di sorprendente vitalità. Sagome essenziali, figure umane, elementi vegetali, forme astratte.
L’artista stesso definisce questo processo “disegnare con le forbici”. Linea e colore non sono più separati: coincidono. Il gesto si fa diretto, radicale, definitivo.
Queste opere non rappresentano una rottura, ma l’esito coerente di decenni di ricerca. Il colore, liberato definitivamente, costruisce lo spazio. La forma si fa ritmo. L’immagine trascende la rappresentazione mimetica e anticipa sviluppi centrali dell’arte astratta.
In un’epoca segnata dalla guerra e dalla censura – Matisse era annoverato tra i principali esponenti dell’“arte degenerata” – la sua scelta di restare nella Francia di Vichy assume il valore di un atto di resistenza. I suoi ritagli diventano un grido di libertà, visiva e morale.
Verve: la rivista che diventa spazio espositivo
Nel 1937 l’editore greco Efstratios Tériade fonda a Parigi la rivista Verve, definita “la più bella rivista del mondo”.
Non una semplice pubblicazione, ma un laboratorio di sperimentazione visiva e letteraria. Fotografie in rotocalco a piena pagina, litografie originali stampate da Fernand Mourlot, un formato generoso che restituisce intatta la forza delle opere.
Tra i protagonisti:
Pablo Picasso, Marc Chagall, Georges Braque, Joan Miró, Fernand Léger, Pierre Bonnard, Georges Rouault, Paul Klee, André Derain, Alberto Giacometti, Wassily Kandinsky.
Fotografi come Brassaï, Man Ray, Dora Maar, Henri Cartier-Bresson, Bill Brandt, Erwin Blumenfeld, Herbert List.
E scrittori come Jean-Paul Sartre, Paul Valéry, Ernest Hemingway, James Joyce, Albert Camus, Federico García Lorca.
La collaborazione più duratura resta però quella con Matisse. Il numero doppio del 1958, Verve. Le dernier oeuvre de Matisse, pubblicato quattro anni dopo la sua morte, assume il valore di testamento visivo.
Per Matisse, la pagina stampata diventa superficie autonoma. Una nuova libertà.
I libri d’artista: quando il libro diventa opera
La tradizione del libro d’artista nasce in Francia all’inizio del Novecento. Ambroise Vollard inaugura questa stagione nel 1900 con Parallèlement di Paul Verlaine illustrato da Bonnard.
Negli anni Venti Daniel-Henry Kahnweiler sviluppa il concetto di livre de peintre con le edizioni della Galerie Simon, pubblicando testi di Guillaume Apollinaire, Max Jacob e André Malraux accompagnati da incisioni originali.
Nel secondo dopoguerra editori come Pierre Lecuire, Aimé Maeght e ancora Tériade proseguono questa visione.
Matisse realizza oltre dieci libri d’artista. Tra i più significativi:
le Poésies di Stéphane Mallarmé (1932);
l’Ulysses di James Joyce (1935), ispirato ai poemi omerici;
Lettres Portugaises (1946);
Une fête en Cimmérie (pubblicato nel 1963).
Nel 1947 Marguerite Matisse e Georges Duthuit progettano una serie dedicata ai rituali di diverse civiltà: nel volume sugli eschimesi Matisse realizza ritratti ridotti a “maschere”, spingendo il segno verso l’estrema sintesi.
Jazz: il testamento spirituale
Tra il 1943 e il 1947 nasce Jazz, uno dei capolavori assoluti del Novecento.
Il progetto prende forma ancora con Tériade. Inizialmente dedicato al circo, si orienta poi verso il jazz, la cui energia ritmica si accorda perfettamente con le carte ritagliate.
Matisse non illustra un testo: crea un’armonia totale tra colore e parola. Scrive di suo pugno riflessioni e annotazioni, rendendo Jazz l’unico libro d’artista interamente concepito anche nei testi.
La preparazione richiede anni di prove cromatiche. Nulla è lasciato al caso.
Ciò che in Jazz è contenuto nel formato del libro troverà applicazione monumentale nella Chapelle du Rosaire (1949-1951), dove ceramiche, vetrate policrome e pittura piatta dialogano in uno spazio totale.
Jazz è oggi riconosciuto come uno dei libri d’arte più influenti del secolo scorso.
Il Disegno: la linea come verità
Se il colore è la sua bandiera, il disegno è la sua disciplina.
Per tutta la vita Matisse disegna dal vero, ripetendo lo stesso soggetto decine di volte. Non è esercizio meccanico: è sottrazione progressiva. Eliminare il superfluo per arrivare alla “linea vera”.
I disegni non sono studi preparatori, ma opere autonome. Nudi, volti, nature morte: tutto si riduce all’essenziale.
Nelle acqueforti e litografie tra gli anni Venti e Quaranta prevale la linea pura, senza chiaroscuro. Nelle opere più tarde, quando la malattia limita i movimenti, Matisse realizza grandi disegni a carboncino con uno strumento fissato a una canna di bambù: poche linee continue definiscono un corpo nello spazio con un’economia che sfiora l’astrazione.
Anche nel bianco e nero, Matisse resta un colorista: il bianco della carta non è sfondo, ma spazio attivo. Il vuoto dialoga con il segno.
Ogni linea porta la memoria di migliaia di gesti. Ogni forma è il risultato di una conquista.
Perché “L’ultimo Matisse” è una mostra imprescindibile
“L’ultimo Matisse” non racconta un epilogo, ma un’esplosione finale di libertà.
Dalla stagione dei Fauves ai papiers découpés, dai libri d’artista a Jazz, fino alla radicalità del disegno, emerge un artista che non smette mai di reinventarsi.
Quando il corpo si indebolisce, l’immaginazione si fa più audace.
Quando la storia si oscura, il colore diventa resistenza.
Ed è proprio qui che Matisse diventa eterno.