Scritto e diretto da Luca Giacomozzi
Con: Attilio Fontana, Claudia Ferri, Emiliano Reggente e Francesca Pausilli
Scenografie: Michele Funghi
Costumi: Carlotta De Rossi
Assistente alla regia: Valentina Pastorello
Trucco: Barbara Ninetti
Audio e luci: Stefano Losito
Tecnico di palco: Lorenzo De Marco
Foto: Enzo Maniccia
Quando si apre il sipario ci troviamo immersi in una sala medicazioni di un ospedale. Qui i quattro personaggi si muovono accompagnati al suono di brani tratti dal repertorio della musica leggera italiana: De Gregori, Dalla, Baglioni, Daniele, Bersani, Stadio… alternandosi armoniosamente tra loro o interagendo, incorniciati in evocativi quadri ritagliati appositamente per dare vita a brevi monologhi. Sono illuminati da luci che suggestivamente sembrano voler sottolineare le emozioni che provano e che trasmettono.
Molto attenta è la regia a disporre strategicamente gli attori che dinamicamente riempiono sempre la scena. Questa nel primo atto è ricca di oggetti medici, nel secondo cambia per ben tre volte, facendosi più semplice ma sempre efficace, come quando ripropone degli ambienti casalinghi. L’impoverimento progressivo della scena sembra voluto per non distrarre e far risaltare gli stati emotivi che la storia regala.
Nella scenografia vengono ricavate delle nicchie laterali coperte da un telo che, opportunamente illuminato, ci mostrerà dietro di esso i personaggi attraverso i brevi ma sentiti monologhi di cui ho accennato e che ci permettono di conoscerli a fondo.
L’effetto è molto suggestivo, sembra voler rappresentare quel velo protettivo che noi tutti abbiamo e con cui ci presentiamo agli altri. Dietro questa protezione c’è l’individuo vero che spesso nella storia, così come nella realtà, si manifesta attraverso atteggiamenti bruschi o accondiscendenti. Sono reazioni frutto di paura o rabbia che nascondono il timore dei personaggi di rimanere soli o di essere traditi sentimentalmente. Quel velo così incisivamente rappresentato vuole prima nascondere, per poi svelare, quell’io delicato e ferito profondamente nascosto.
“Ho imparato a sognare” è una storia ricca di ironia ma soprattutto pregna di profonda umanità. Una storia che si svela pian piano allo spettatore, attraverso le vite dei protagonisti: Mirko (Attilio Fontana), Bruno (Emiliano Reggente), Michela (Francesca Pausilli) e Asia (Claudia Ferri).
Sono personaggi che sembrano avere poco in comune tra loro, che rispondono a una tipologia di persone comuni, reali, rappresentate con le loro debolezze, insoddisfazioni, timori, tensioni, aspirazioni e sogni.
La pièce rivela come si siano forgiati attraverso le dure esperienze che hanno incontrato nella vita. Ecco allora che tra battute leggere e deliziose emergono elegantemente disillusione, rabbia, immaturità, ingenuità, le ferite dell’anima che li portano a condizionare i comportamenti verso gli altri che poi si ripercuotono inevitabilmente su loro stessi.
Si trascinano dietro questo fardello cercando di appoggiarsi sull’altro per andare avanti e lasciarsi alle spalle il proprio passato. Questo mi pare essere il fil rouge che li unisce.
Le loro sono storie in cui possiamo riconoscerci; sono interpretate e raccontate con una passione avvolgente ed emozionante che trova lo spazio per strappare qualche sorriso allo spettatore, che verrà sempre più assorbito dalle vicende.
Bruno è un dolce ed ingenuo infermiere, un bonaccione molto legato alla madre, un vero e proprio mammone che vive in funzione della genitrice di cui è totalmente dipendente.
Il suo nuovo collega è Mirko, un tipo burbero, con un carattere assolutamente opposto al suo. È l’eredità di un’infanzia difficile, visto che è stato abbandonato dalla madre in un orfanotrofio; poi è un infermiere a tempo determinato e la sua precarietà, che si unisce al profondo rancore per la madre, condizionano il rapporto con gli altri. Al contrario di Bruno, delizioso e disponibile, lui è schivo, chiuso, diffidente, risultando spigoloso ed anaffettivo.
Paradossalmente, tra i due si sviluppa una bella amicizia che può portare ad entrambi un cambiamento delle proprie vite, a cercare e trovare quel tassello mancante per completarsi e maturare. È proprio grazie alla loro diversità che potrebbero aiutarsi e compensarsi.
Quando Bruno subisce un lutto inaspettato infatti, i due finiscono per avvicinarsi maggiormente ed aprirsi nel profondo confrontandosi con i dolori e i traumi irrisolti.
Non diversa è la situazione tra Michela (anche lei infermiera e collega dei due uomini) e Asia. Le due coppie sembrano essere l’una l’ombra dell’altra; lo jing e lo jang; le due facce della stessa medaglia. Si scorgono tra loro molte similitudini.
Le due donne sono una coppia di fatto che si presenta con dinamiche emotive sofferte. Sono entrambe afflitte da diversi problemi, tra cui quelli sentimentali, che le portano ad incomprensioni e ad una relazione sofferta e turbolenta.
Asia, a causa dei debiti, rischia di perdere la sua attività e finisce in mano agli usurai. Michela sembra l’alter ego di Bruno, si annulla davanti alla compagna cedendo ad ogni sua richiesta e arrivando a calpestare i propri bisogni ed esigenze. Particolarmente altruista, è sempre presente sostenendola ed accontentandola in tutto. Ma questa unilateralità affettiva mette in crisi la coppia perché Asia è troppo egocentrica ed egoista. In questo ha delle similitudini con Mirko.
È sempre più chiaro che tutti sono il risultato di un’errata genitorialità. Eccessiva presenza materna per Bruno e Michela, completa assenza per Mirko ed Asia.
Ecco, questa è, in sintesi, la storia che la delicata e armoniosa penna di Giacomozzi ha partorito. Affida questa sua creatura nelle mani di un cast collaudato, professionale e particolarmente attento nel presentare le dinamiche emotive dei loro personaggi, esprimendole con vigore e realismo.
Il risultato è una commedia dolce, sentimentale, ricca di emozioni vere ed umane, che tocca profondamente il cuore e riesce, oltre che ad intenerire, a divertire.
Nella commedia si riconosce l’impronta dell’autore, anche se stavolta, rispetto alle proposte passate qualcosa cambia. Giacomozzi sembra voler osare di più, staccandosi dai suoi schemi a cui è affezionato: opta per un’inaspettata quanto efficace svolta drammatica della storia.
Se la prima parte diverte lasciando spazio a brusii e commenti continui del pubblico, la seconda è accompagnata da un profondo silenzio. Alcune dinamiche colpiscono talmente lo spettatore da lasciarlo interdetto.
Arriva, infatti, la parte più toccante in cui i personaggi svelano impetuosamente la loro maturazione e il loro cambiamento attraverso confronti duri e diretti, talmente genuini e realistici da lasciare stupiti.
Tra gli argomenti affrontati spiccano: egoismo, solitudine, malattia, vecchiaia, morte, maternità, dipendenza affettiva e sana affettività… tutti temi toccati con estrema dolcezza, ironia, tatto e profondità.
Attilio Fontana depone lo scudo dietro cui si nascondono le ferite di Mirko, trasformando il suo personaggio e svelandone magistralmente la parte più intima e nascosta attraverso una recitazione che incanta.
Emiliano Reggente non è da meno, abbandona con classe l’atteggiamento infantile che connota Bruno, per imporgli quel cambiamento che lo trasformerà in un uomo maturo. Anche da lui spicca una bella ed intensa recitazione con cui riesce a sottolineare efficacemente questo cambio di rotta.
Claudia Ferri, strepitosa, abbandona la figura antipatica ed egoista che connota Asia; passa dall’egoismo alla delusione e poi all’illuminazione, incantando con la sua trasformazione dopo un epico scontro verbale ed emotivo con Michela. Il confronto tra le due brave attrici lascia sbigottiti per l’intensità e la forza con cui è affrontato questo intenso momento.
Francesca Pausilli, deliziosa e potente, veste un personaggio fanciullesco e credulone a cui riesce ad aggiungere finalmente quel lampo di ribellione via via crescente che aspettavamo come riscatto, che porterà Michela finalmente a liberarsi dalle catene della sua dipendenza emotiva che la svilivano ed imbrigliavano in un amore tossico. Intenso questo suo cambio di rotta che porta la sua Michela a scegliere finalmente la giusta direzione nella vita. Così facendo salverà se stessa, Asia e la loro coppia.
Un quartetto che ha saputo interpretare e donare emozioni attraverso i personaggi e che ci regala un bel finale emozionante.
Una piacevole e gradevole proposta che mi ha fatto uscire dal teatro contento, emozionato, leggero e soddisfatto.
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