Teatro Cometa Off
Di Elettra Zeppi e Francesco Imundi
Con
Elettra Zeppi, Francesca La Scala, Pierre Bresolin e Gabriele Linari
Regia
Federico Linari
Odo e Ninì sono due clochard che sopravvivono in uno sporco vicolo di una tetra città. Tra loro sorgono continuamente discussioni, attriti e qualche puerile e divertente litigio, ma sembra proprio che non possano fare a meno l’uno dell’altra, forse perché così alleviano meglio il loro stato di precarietà.
Ci accolgono subito con le loro controversie, senza fare caso a chi li osserva, anche perché intorno a loro regnano vuoto e silenzio, rotti di tanto in tanto da sirene, come quelle delle fabbriche a fine turno lavorativo o che annunciavano i bombardamenti durante il Secondo Conflitto.
La scenografia è piena di quegli oggetti che persone come loro portano sempre dietro: effetti personali trovati nei cassonetti o abbandonati per strada. I loro unici miseri averi. Poi troviamo la tenda dove dormono, fissata vicino ad un grande cassonetto per l’immondizia e l’immancabile iconico carrello della spesa, sempre ricolmo di buste e panni logori che portano sempre dietro.
Ma qualcosa stona. Perché c’è sempre una musica inquietante e ansiogena in sottofondo? E questa costante tensione che circonda la scena?
I protagonisti sembrano essere stati isolati e vivono una situazione senza tempo, circondati da un mondo assente e inconsistente che ha perduto la sua quotidianità.
Ogni tanto si incantano, come fossero dei dischi rotti. Alcune situazioni o frasi si ripetono in un loop continuo che li imbriglia in attesa di qualcosa che forse dovrà accadere. Ma questo stato non sembra angosciarli, ci si crogiolano indifferenti.
È con l’arrivo inatteso di Anna, una donna sconosciuta e spaesata, che qualcosa comincia a cambiare. Ninì è spaventata, crede che, apparsa dal nulla, porterà problemi a lei e al suo compagno di sventura. Comprende che deve tutelarsi, scappare prima che qualcuno possa accusarli di qualcosa ma è colpita dal panico; capisce che non può uscire da questa bolla che relega lei e Odo in questa situazione.
Si aggiunge, poco dopo, un altro personaggio maschile, Marco, che pare essere legato alla donna anche se in modo conflittuale. Entrambi sono apparsi dopo che un’intensa luce fastidiosa ha accecato lo spettatore non permettendogli di vedere cosa accadeva sulla scena. Si ricrea lo stesso shock nel pubblico, che vivono i due nuovi entrati.
Si nota subito la forte differenza tra le due coppie: negli atteggiamenti, nei modi, nel parlare e nell’abbigliamento; particolarmente sdrucito quello dei due disgraziati, elegante e curato nei nuovi arrivati.
La coppia formata da Pierre Bresolin e Francesca La Scala colpisce subito. Il loro impatto sulla platea è immediato e forte, sono profondi, intensi, prepotenti. Una bella recitazione drammatica dai risvolti ironici.
Se avevo già assaporato e gustato la recitazione di Francesca La Scala tempo fa in un ruolo drammatico, questa per me è una conferma del suo particolare stile. Per Bresolin, avendolo visto sempre impegnato in ruoli comici, è invece una bella scoperta che mi ha colpito molto positivamente. Mi hanno incantato; entrambi spiazzano con i loro diverbi dai ritmi serrati ed incalzanti che accarezzano, a mio parere, le modalità del teatro dell’assurdo.
Si muovono in questo ambiente surreale e distopico, ma anche realistico, fatto di decadenza e sporcizia che risulta fastidioso, ma che paradossalmente è anche poetico, romantico e tenero. Di fatto sono due figure dolci e solo apparentemente stonate. Si esprimono con semplicità ma anche durezza in un’armonia di alti e bassi.
Odo è un bonaccione, un sornione stralunato, confuso e disorientato, Ninì è cruda, viscerale, sanguigna e diretta, una donna che evidentemente porta in sé delle profonde cicatrici. I due bravi attori sciorinano una ricca gamma di espressività e movenze intense, profonde, veraci e crude.
Attraverso un’efficace resa malinconica si portano dietro mostrandoci la loro sofferta situazione, impigliati in questa bolla in cui paiono più che dei prigionieri dei guardiani, anzi, direi dei custodi. Sono insieme una bella e riuscita sinergia.
Al contrario, la coppia Zeppi- Linari, dopo aver lasciato ampio spazio agli intricati ed impegnativi dialoghi dei due colleghi, entrano uno alla volta in scena. Pur rimanendo sulla punta dei piedi, si inseriscono elegantemente tra i due clochard portando magicamente avanti la storia. Sono due recitazioni diverse, agli antipodi, che cozzano così come le loro diversità.
La Zeppi e il Linari sostengono una bella prova di recitazione. Mentre vengono catapultati in un ambiente, quello dei reietti, che non conoscono e che hanno entrambi solo distrattamente sfiorato quando vivevano la loro vita quotidiana, ora bruscamente interrotta, ci appaiono scioccati e confusi. Una realtà che li imprigiona, li condanna ad emulare il pac-man, l’omino che corre per lo schermo di un famoso video gioco divorando palline, ma rimanendo segregato come loro in un angusto ambiente da cui non riesce ad uscire, se non scomparendo ad un bordo del video e condannato a riapparire sull’altro. Marco e Anna, come due mosche sbattono su delle pareti immaginarie senza trovare una via di scampo.
Sottostanno forse al capriccio di una divinità olimpica che li mette in mano a queste due entità sciatte e trasandate, costringendoli a fare i conti con il loro recente passato, che strizza l’occhio ad un precedente spettacolo.
Elettra Zeppi e Gabriele Linari sono stati infatti i due personaggi di “402”, storia molto realistica a dispetto di questa, che riesce ad inserire efficacemente il dramma personale dei personaggi, quello sociale e anche un po’ di filosofia e misticismo.
Quello della Zeppi e di Imundi è un testo complesso ed articolato, che pur durando solo un’ora ed una manciata di minuti, non lascia l’amaro in bocca perché è così intenso e coinvolgente da risultare completo, riuscendo a dire tutto.
Ma chi sono questi due guardiani carontici in questa particolare ed irreale situazione? Perché questi due mondi si sono scontrati e ora rimangono imbrigliati tra loro? Cosa ci fanno Anna, una cameriera inquieta e Marco, un politico in declino nel vicolo posteriore di quell’albergo che è stato testimone delle loro vicende svoltesi nella stanza 402? Forse hanno qualcosa in sospeso, forse anche con questi due nuovi stravaganti compagni di viaggio, che gli concedono così un’ opportunità per fermarsi e capire.
L’atmosfera ricreata dall’attenta regia di Federico Linari è quella di in un viaggio onirico, un sogno, un incubo o forse di un’allucinazione che si sviluppa in un limbo in cui i nostri sono costretti a sostare per riflettere, capire e cercare di uscire da questo sgangherato purgatorio.
Devo precisare che “ 402” e “Fuori” sono due spettacoli a se stanti. “Fuori” può essere considerato uno spin off, indipendente e allo stesso tempo legato alle origini dell’altro.
Uno spettacolo per palati fini da gustare per l’originale idea e la professionale recitazione.
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