Toni Servillo è il protagonista della 31ª edizione del Premio Faraglioni Capri International. Il riconoscimento è stato consegnato ieri sera nella suggestiva cornice del Chiostro Grande della Certosa di San Giacomo, durante una serata che ha intrecciato teatro, cinema, musica e memoria.
Un appuntamento ormai storico per Capri, capace negli anni di consolidare la propria identità e di attirare un pubblico sempre più ampio. Questa volta, al centro della scena, c’era uno degli interpreti più autorevoli del teatro e del cinema italiano, chiamato a raccontarsi senza percorrere soltanto le tappe più note della propria carriera, ma entrando nel cuore del suo mestiere.
Ed è proprio da una frase di Servillo che sembra emergere il filo conduttore dell’intera serata: «Questo è un mestiere che non si fa da soli».
Toni Servillo a Capri: una carriera raccontata attraverso teatro e cinema
Ideato, prodotto e organizzato da Capri Arte, dei fratelli Aldo e Bruno Damino, con il patrocinio morale e la collaborazione istituzionale della Città di Capri, il Premio Faraglioni ha confermato anche quest’anno la propria vocazione a unire cultura, spettacolo e valorizzazione del territorio.
L’apertura della serata è stata dedicata, come da tradizione, alla memoria di Mario Morgano, scomparso nel 2012, celebre albergatore caprese e patron del Grand Hotel Quisisana, tra i partner ufficiali della manifestazione e sede storica del Premio.
Un ricordo è stato riservato anche a Peppino di Capri, artista profondamente legato alla storia culturale e musicale dell’isola.
Poi è arrivato il momento di Toni Servillo.
Un video ha ripercorso alcune delle tappe più significative della sua carriera, preparando l’ingresso sul palco di un artista che ha costruito il proprio percorso muovendosi continuamente tra teatro e cinema.
Da Di Giacomo a Eduardo e Viviani: Servillo torna alla parola
Prima ancora del grande dialogo con Eleonora Daniele, giornalista e conduttrice Rai, Servillo ha scelto di tornare alla sua prima materia: la parola teatrale.
La performance è stata costruita attorno a tre grandi autori napoletani: Salvatore Di Giacomo, Eduardo De Filippo e Raffaele Viviani.
Introducendo il primo brano, Servillo ha dedicato parole particolarmente significative alla poesia di Di Giacomo: «Secondo me ci troviamo ai vertici della poesia non solo napoletana, ma della poesia italiana. Forse è il nostro massimo poeta».
Il testo scelto è stato ’Lassamme fa’ a Dio, più conosciuto come ’A mappata.
Una scelta che ha riportato il Premio dentro quella tradizione napoletana alla quale Servillo è profondamente legato e che attraversa anche una parte importante del suo percorso artistico.
Simona Molinari ed Ebbanesis: la musica accende la serata
Dopo il teatro è arrivata la musica.
Simona Molinari ha portato sul palco la propria voce e la propria eleganza, accompagnando la serata con una riflessione che ha toccato uno dei temi emersi anche nel racconto di Servillo: «Si può restare fedeli a sé stessi ma diventando comunque famosi in tutto il mondo».
Poi è stato il turno delle Ebbanesis, il duo napoletano formato da Serena Pisa e Viviana Cangiano, che ha conquistato il pubblico e ricevuto anche il particolare apprezzamento di Servillo.
Parlando delle due artiste, il Maestro ha spiegato di averle volute sul palco per interpretare Così fan tutte di Mozart attraverso chitarra, mandolino e le loro voci.
Una scelta che, nelle parole di Servillo, trovava nella stessa Capri una cornice quasi naturale: «In quest’isola, con il vento e il mare, il gioco dei travestimenti degli amanti sembra il luogo adatto per celebrare Mozart».
Le Ebbanesis hanno quindi ricordato il rapporto nato con Servillo dietro le quinte del teatro durante le riprese del film di Mario Martone dedicato a Eduardo Scarpetta e all’infanzia dei fratelli De Filippo.
«Al di là dell’immagine che possiamo avere tutti di lui come artista, abbiamo anche un ricordo meraviglioso di lui come uomo», hanno raccontato.
Il mestiere dell’attore secondo Toni Servillo
Il cuore della serata è arrivato con il confronto tra Toni Servillo ed Eleonora Daniele.
Una conversazione ampia, capace di attraversare il teatro, il cinema, il rapporto con i registi, la costruzione dei personaggi e il rapporto con le nuove generazioni.
Per Servillo, la differenza tra teatro e cinema passa innanzitutto attraverso il tempo.
«Il teatro forse è l’unica forma di comunicazione dove chi si propone e chi ascolta sono messi nella condizione di condividere lo stesso tempo», ha spiegato.
A sostegno del concetto ha ricordato una battuta di Dario Fo, secondo cui un terremoto durante un film coinvolgerebbe gli spettatori, mentre a teatro coinvolgerebbe anche gli attori.
Dietro quella battuta, ha osservato Servillo, c’è una verità profonda: il teatro crea una condizione di condivisione irripetibile.
«L’attore ha la responsabilità di scavare nel proprio tempo, nel tempo degli spettatori, per rendere quei momenti unici. Unici nel senso che non torneranno più».
È proprio questa dimensione a continuare ad affascinarlo.
Nel cinema, invece, l’opera nasce nella mente del regista e prende forma attraverso le riprese, il montaggio e l’edizione. L’attore può illuminare una parte del film con il proprio talento e con la propria umanità, ma, secondo Servillo, è il regista a testimoniare allo spettatore il senso ultimo dell’opera.
A teatro il rapporto cambia.
«Chi porta un’opera nel cuore dello spettatore è l’attore», ha affermato.
Mario Martone, Paolo Sorrentino, Matteo Garrone: il cinema costruito insieme
Il discorso è quindi arrivato al rapporto con i registi e a una stagione importante per il cinema italiano.
Servillo ha ricordato la fortuna di aver lavorato con un’ondata di giovani registi che, nel corso degli anni, si sono affermati anche sul piano internazionale e che hanno contribuito al rinnovamento del cinema italiano.
Al centro del racconto anche l’esperienza di Teatro Uniti, la compagnia fondata insieme a Mario Martone e Antonio Neiwiller, nata in una condizione di «totale indipendenza rispetto al mercato».
Una scelta che per Servillo significava decidere direttamente come produrre e distribuire i propri lavori e, soprattutto, costruire collaborazioni basate su una reale affinità artistica e umana.
«Loro mi scelgono, ma ci scegliamo in qualche modo insieme», ha spiegato.
Non una semplice relazione professionale, dunque, ma la ricerca di un comune «orizzonte intellettuale» e di un’affinità emotiva.
Tra i lavori ricordati durante la serata figurano Morte di un matematico napoletano di Mario Martone, L’uomo in più di Paolo Sorrentino e Gomorra di Matteo Garrone.
Come nasce un personaggio: da Andreotti a Berlusconi
Un altro passaggio particolarmente interessante ha riguardato il lavoro sui personaggi.
Servillo ha spiegato che non esiste un unico metodo: tutto dipende dal personaggio.
Alcuni richiedono soprattutto una forte spinta immaginativa, altri consentono — o richiedono — una documentazione molto ampia.
Il caso di Giulio Andreotti, interpretato ne Il Divo, è particolarmente significativo. Per un attore, ha spiegato Servillo, si tratta di figure «ingombranti», perché il pubblico possiede già un’immagine precisa del personaggio.
Durante la preparazione di Andreotti, Servillo si imbatté in un articolo di Giorgio Manganelli dedicato a un congresso della Democrazia Cristiana. Una definizione utilizzata da Manganelli, «tra il vedovile e il curiale», gli avrebbe acceso una lampadina nel modo di tratteggiare il personaggio.
Lo stesso principio di studio e documentazione ha accompagnato altri ruoli, compreso quello di Silvio Berlusconi in Loro.
«Molto studio, molte rinunce», ha spiegato Servillo, chiarendo però di non essere tra gli attori che raccontano romanticamente di portarsi sempre dietro il personaggio.
Quando lo prepara, però, ci vive insieme.
Mariano De Santis e il personaggio che non esiste
Nel corso della conversazione è emerso anche Mariano De Santis, presidente della Repubblica protagonista di una storia completamente inventata da Paolo Sorrentino.
Per costruire il personaggio, Servillo ha raccontato di aver attinto a diverse biografie della storia repubblicana: presidenti vedovi, presidenti con una sola figlia, giuristi, uomini di diritto e di legge, compresi alcuni napoletani.
Un lavoro di ricerca che ha permesso di creare una figura di fantasia partendo da elementi reali.
E qui Servillo ha lasciato spazio anche a una battuta: «Ahimè, di fantasia, perché ci vorrebbe politici come Mariano De Santis».
Il messaggio di Servillo ai giovani: «Questo è un lavoro che non si fa da soli»
Forse il momento più significativo, soprattutto per la presenza di molti giovani in sala, è stato quello dedicato a chi sogna di intraprendere la strada del teatro e del cinema.
Servillo ha osservato come le opportunità siano oggi, rispetto agli anni in cui ha iniziato, «decisamente diminuite», collegando questo fenomeno anche a una minore sensibilità istituzionale nei confronti di chi vuole fare questo mestiere.
Ma il suo consiglio non è quello di cercare semplicemente un posto nel mercato.
«Il primo suggerimento che mi sento di dare a un giovane è di non pensare che questo è un lavoro che si fa mettendosi sul mercato», ha detto.
La strada indicata da Servillo è un’altra: studiare, lavorare insieme ai propri coetanei, costruire relazioni e condividere un percorso.
«Bisogna coltivare questo sogno insieme a uno studio, con dei coetanei. Questo è un lavoro che non si fa da soli».
È un pensiero che affonda le radici anche nella sua esperienza con Teatro Uniti.
«Io ho misurato i miei limiti sulle capacità dei miei amici e loro misuravano le loro capacità sui miei limiti, dandoci una mano», ha raccontato.
E proprio qui, secondo Servillo, si trova uno degli insegnamenti più importanti del teatro: una passione che può trasformarsi lentamente in professione senza perdere il senso della propria autenticità.
Per questo, ha aggiunto, parole come «senso», «necessità», «vero» e «falso» possono avere un peso maggiore della parola «successo».
La lezione di Louis Jouvet
A chiudere il dialogo è stato il ricordo di Louis Jouvet, grande attore e insegnante francese.
Servillo ha raccontato la storia di un giovane studente che, prima di entrare in scena per il saggio di fine anno, si sentì domandare da Jouvet: «Hai paura?».
Il ragazzo rispose di no.
La replica dell’insegnante fu: «Arriverà con il talento».
Una frase che ha chiuso idealmente una serata nella quale Servillo ha parlato proprio di questo: della paura, dello studio, del talento, della disciplina e soprattutto della necessità di non trasformare l’arte in un semplice prodotto da mettere sul mercato.
Il Premio Faraglioni Capri International 2026 va a Toni Servillo
Il valore della manifestazione è stato sottolineato anche dalle istituzioni.
Il sindaco di Capri Paolo Falco, richiamando la natura irripetibile del teatro, ha evidenziato la particolare relazione che si crea tra attori e spettatori quando condividono lo stesso tempo.
A sottolineare il valore dell’iniziativa sono intervenuti anche Ciro Cannelonga, per Polis Consulting, e Massimiliano Scala, direttore marketing di Kimbo, che hanno ribadito la scelta di sostenere un appuntamento culturale ormai consolidato e capace di valorizzare la cultura napoletana rivolgendosi a pubblici e generazioni differenti.
Infine, il momento più atteso: la consegna del Premio Faraglioni Capri International 2026 a Toni Servillo.
Il riconoscimento è rappresentato dalla scultura in argento raffigurante i celebri Faraglioni di Capri, realizzata, come dalla prima edizione, dai Maestri Argentieri di Pierino Gioielli di Anacapri.
Un premio che celebra una figura centrale del teatro e del cinema italiano e che, secondo la motivazione ufficiale, riconosce la capacità di Servillo di raccontare «l’identità, le contraddizioni e la bellezza del nostro Paese», portando la cultura italiana oltre i suoi confini e affermandosi come suo autorevole ambasciatore.
A Capri, però, più che un semplice riconoscimento alla carriera, la serata ha restituito il ritratto di un artista ancora profondamente legato alla dimensione artigianale del proprio lavoro.
Un attore che parla di talento, ma anche di studio. Di successo, ma soprattutto di senso. E che, davanti al pubblico, ha ricordato una cosa semplice e tutt’altro che scontata: per fare davvero questo mestiere, non basta stare sotto i riflettori. Bisogna avere qualcuno con cui condividere il viaggio.
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