Giornata Mondiale Ambiente: Save the Children, entro il 2050 circa 143 milioni di persone costrette a spostarsi per ragioni legate al clima

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Nel Corno d’Africa più del 40% della popolazione è malnutrita

I cambiamenti climatici e i disastri naturali saranno la prima causa di migrazione forzata entro i prossimi anni. Si stima che entro il 2050 circa 143 milioni di persone saranno costrette a spostarsi all’interno del proprio paese per ragioni legate al clima e di questi, oltre la metà, sono nell’area dell’Africa Sub-sahariana[1]. In particolare il Corno d’Africa è una delle zone più colpite da carestie a causa della prolungata siccità e la popolazione, già sofferente, rischia di veder aggravare ulteriormente una crisi alimentare che la affligge da anni e in paesi come Somalia, Etiopia e Kenya la situazione sta peggiorando velocemente. Si stima che più del 40% della popolazione del Corno d’Africa sia malnutrita e che questa percentuale arrivi anche a picchi del 70% in paesi come la Somalia. I bambini sono tra i più vulnerabili – i genitori non riescono a sostenere i propri figli, le scuole vedono ridurre l’approvvigionamento dell’acqua, aumenta il rischio di malattie e le bambine spesso vengono costrette a fare lunghi tragitti a piedi per trovare l’acqua, subendo anche violenze.

È questo l’allarme lanciato oggi da Save the Children, l’Organizzazione che da 100 anni lotta per salvare i bambini a rischio e garantire loro un futuro, in occasione della Giornata Mondiale dell’ambiente. Il cambiamento climatico sta indubbiamente avendo impatti di lungo periodo nel Corno d’Africa e in tutta l’Africa orientale. Gli Stati di questa regione erano abituati ad avere un anno di siccità ogni dieci anni, invece nell’ultima decade, hanno subito più di 3 siccità e altrettante inondazioni e stanno subendo gli effetti del cambiamento climatico tutti i giorni.

In Somalia la lunga stagione di scarsa pioggia, già sotto la media, seguita da quella secca sta avendo un impatto devastante sulla popolazione. La riduzione di cibo e acqua disponibile, la morte del bestiame, ha già causato il diffondersi di epidemie. Quest’anno, almeno 1,2 milioni di bambini sotto i cinque anni rischiano gravi forme di malnutrizione. Attualmente 1,7 milioni di persone sono in gravi condizioni di malnutrizione – un aumento del 10% rispetto a Febbraio 2019 e del 50% rispetto allo stesso periodo di un anno con piogge normali.

In Etiopia, dove circa un terzo della popolazione vive sotto la soglia di povertà, la situazione non è molto diversa. Le poche piogge cadute hanno provocato il dimezzamento del bestiame con un aumento dei costi dei cereali e di altri alimenti importanti per la sopravvivenza anche dei bambini. Il risultato è che attualmente 8,1 milioni di persone si trovano sull’orlo di una crisi alimentare, 610mila bambini hanno urgente bisogno di cure per combattere la malnutrizione[2] e gli sfollati sono circa 1 milione.

In Kenya sono almeno 1,1 milioni le persone che non riescono a procurarsi il cibo. In particolare le aree di Mandera, Turkana, Wajir e Garissa sono tra le più colpite e registrano il più alto numero di persone che necessitano urgentemente di assistenza alimentare. Ad oggi, più di 540mila bambini tra i 6 mesi e i 5 anni hanno avuto bisogno di cure contro la malnutrizione acuta grave.

“L’impatto dei cambiamenti climatici ha delle cause dirette sulla scarsità di cibo e acqua, ma ne può avere di devastanti a causa delle emergenze ambientali che ne scaturiscono, come le alluvioni come la recente che ha devastato intere zone del Mozambico. In tali situazioni, i bambini, sono ancora una volta i più vulnerabili, devono abbandonare le proprie case, viene loro spesso precluso l’accesso alla scuola, si ammalano perché costretti a vivere in ambienti insalubri, esposti al rischio di abusi e spesso separati dalle loro famiglie”, ha commentato Valerio Neri, Direttore Generale di Save the Children. Inoltre, in molti paesi già politicamente instabili, le emergenze spesso esasperano tensioni sociali causando lo scoppio di conflitti o di guerre civili, come già accaduto in passato in Africa e medio Oriente[3]. “Per questa ragione chiediamo alla comunità internazionale di aumentare l’impegno volto a soluzioni sostenibili e di lungo periodo con programmi per migliorare la risposta delle comunità alla ricorrenza dei fenomeni catastrofici e tutelare il recupero fisico e psicologico dei bambini in questi contesti” ha concluso Neri.

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