Di Miria Maiorani
Se il Muro crolla sotto il peso della Storia e del Tempo
Quello che i Pink Floyd Legend portano in scena con il loro nuovo tour non è una semplice copia del passato. È uno spettacolo totale, fatto di suoni e luci, che trasforma l’album del 1979 in un racconto drammaticamente attuale.
La splendida cornice della Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, per il Roma Summer Fest, si è trasformata per una notte nel teatro di un’emozione collettiva.
La band è considerata da tutti, critici e fan, come la migliore in assoluto nel riprodurre il mondo dei Pink Floyd.
Questo primato è strameritato: i musicisti lavorano in modo certosino e suonano in modo magistrale, restituendo la precisione, la forza e il suono potente delle canzoni originali.
Lo show fa un vero miracolo: riesce a prendere la gigantesca scenografia nata per i grandi stadi e a stringerla nello spazio della Cavea. In questo modo lo spettacolo diventa ancora più forte e travolgente. Il pubblico non fa in tempo a sedersi che viene subito catapultato dentro la storia.
Il sipario si alza e mostra subito il dramma della guerra. Schermi giganti trasmettono immagini crude di trincee e bombardamenti. Ma a colpire dritto allo stomaco è la sfilata continua di volti.
Ci sono i visi anziani e segnati di chi la guerra l’ha vissuta davvero, alternati ai volti puliti e giovanissimi di ragazzi che oggi hanno la stessa età dei soldati mandati a morire.
Su questo ricordo doloroso arriva il primo colpo di scena visivo: un enorme pupazzo si cala sul palco, simbolo di una società che schiaccia i più deboli, proprio mentre partono le prime note rock.
A rendere tutto ancora più vivo ci sono tantissimi performer: ballerini bravissimi e, in un momento di grande commozione, un gruppo di bambini che invade il palco.
Diventano il simbolo della protesta contro una scuola che annulla la personalità: un piccolo esercito che dà voce alla ribellione dei giovani.
Sotto gli occhi del pubblico inizia la costruzione del muro in tempo reale. Mattone dopo mattone, gli operai sollevano una barriera bianca che nasconde e separa la band dagli spettatori.
Quando il muro è completo, lo spettacolo diventa ancora più duro. Nella seconda parte, sulle note di canzoni come In The Flesh e Run Like Hell, arriva il simbolo più spaventoso: un maiale gonfiabile gigante compare dall’alto sopra il muro.
È un’icona storica che Roger Waters inventò ispirandosi al libro La fattoria degli animali di George Orwell, dove i maiali prendono il potere diventando dittatori spietati.
Per Waters questo animale rappresenta la classe politica e i grandi potenti della Terra che comandano la società senza scrupoli, schiacciando la libertà delle persone comuni.
Alla Cavea quel gigante si trasforma in una presenza minacciosa che vola sopra il pubblico, schiacciandolo sotto il peso visivo del potere, mentre le luci tagliano il buio e le chitarre infiammano l’aria.
Tra il pubblico si respira un’emozione fortissima. Ci sono i trentenni che guardano rapiti un mito che diventa realtà davanti ai loro occhi.
E poi ci sono i sessantenni, quelli che nel 1979 stringevano tra le mani il vinile originale. Nei loro occhi si legge lo stupore di chi ritrova la rabbia della propria giovinezza, unita a una dolorosa verità: queste canzoni sono ancora attuali perché il mondo, purtroppo, non è ancora guarito.
Per me che scrivo questo articolo, l’emozione è stata ancora più particolare. Ho avuto la fortuna di essere tra le quasi 100.000 persone che nel 1989 videro i veri Pink Floyd dal vivo nel leggendario concerto all’Autodromo di Monza.
Ovviamente l’impatto di un evento storico di quella portata non può essere lo stesso, ma i Pink Floyd Legend stupiscono proprio per questo: la loro incredibile bravura e la cura nel riprodurre fedelmente ogni singola nota permettono a quelle stesse emozioni di riaffiorare intatte sotto il cielo di Roma, dimostrando che questa musica non ha età.
Sul palco, i musicisti sembrano fantasmi che appaiono e scompaiono dalle finestre aperte tra i mattoni.
La macchina musicale è guidata da una band eccezionale: Fabio Castaldi (voce e basso), Alessandro Errichetti (voce e chitarre), Simone Temporali (voce e tastiere), Paul Enjoy (chitarre, basso e voce), AnderTool (The Teacher) ed Emanuele Esposito (batteria). Ad affiancarli sul palco della Cavea Daphne Nisi Mete e Giorgia Zaccagni alle voci, Manfredi Roberti al basso, l’ensemble vocale Anonima Armonisti ai cori e una rappresentanza dei giovanissimi performer di Musical Weekend, preparati dal team di professionisti di Pianeta Cipriani.
Il finale è un’esplosione di energia. Al grido di “Tear down the wall!” (Abbattete il muro!), durante la scena del processo, il muro crolla fisicamente sul palco con un boato pazzesco.
Restano solo le macerie, la polvere e un finale acustico, intimo e leggero. Un trionfo di musica e teatro che dimostra come quel muro sia ancora spaventosamente reale nelle nostre vite, ma anche che la grande musica sa ancora come abbatterlo.
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