Intervista a Francesca La Scala

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TEATROVID-19 il teatro ai tempi del Corona (Green pass addio…)
Number One
Di Giuseppe Grisafi

Con Francesca La Scala, regia di Paolo Orlandelli
13-14-15 maggio ore 21 presso associazione culturale “T” via Giovanni da Castel Bolognese, 31 – Roma.

Quante volte ci siamo trovati a fare i conti con la frustrazione dovuta a una delusione per il successo di un altro? Quando il nostro impegno, tutto il nostro lavoro e tutte le nostre speranze naufragano nel mare dell’indifferenza altrui o si arenano sulla spiaggia della desolazione e del fallimento?

Ingiustamente vediamo raggiungere da un altro il successo che ci spettava, a volte proprio grazie al nostro lavoro che non ci viene riconosciuto. Questo non può che provocare un forte dolore e far maturare una sensazione di debolezza, di solitudine interiore e di profondo fallimento.

Allora a chi dare la colpa? A noi stessi? Ai nostri amici? Ai colleghi? O alla famiglia? Alle raccomandazioni? Allora si comincia a rimuginare, a covare quella rabbia, quel dolore, cercando di uscire da un labirinto di emozioni negative e da una giungla di rimpianti. Chi non si riconosce in questa che potrebbe essere la storia di molti?

number oneCredo, come dico sempre, che il monologo sia il passaggio più difficile e più rappresentativo per un attore e anche uno degli spettacoli che più mi colpisce e mi fa capire la sostanza e la preparazione di un artista.

Francesca, parlaci del tuo monologo.

È il primo monologo che interpreti nella tua carriera?

Grazie di questa domanda Riccardo perché mi da modo di ricordare uno spettacolo che mi ha davvero dato tanto e cioè “S’ignora” di F. M. Franceschelli per la regia di Francesca Guercio, il primo monologo della mia vita che ho rappresentato per più di 10 anni e che ha avuto il suo apice al Roma Fringe festival del 2015 con una “Nomination come Migliore Attrice”. Sinceramente essere soli in scena è molto faticoso fisicamente ed emotivamente e non pensavo di poterne affrontare un altro, anche se durante questi due ultimi anni per via del covid è stata la forma più utilizzata dai miei colleghi per ovvie ragioni, ti basti pensare che la proposta di questo testo risale a tre anni fa circa, poi ragionandoci su ho pensato che Number One è un testo per cui vale la pena affrontare la fatica.

Quanto ti rispecchi nel personaggio di questo spettacolo?

Ci sono degli aspetti del personaggio di Benedetta che fortunatamente sono molto lontani dal mio carattere come l’invidia per il successo altrui, che però scaturisce da qualcosa di più profondo per esempio la mancanza di possibilità economiche che ti agevolano nel poter frequentare certi ambienti, il sentirsi inadeguati… Quando ho letto il testo la prima volta mi sono commossa perché anche se non invidio mai nessuno, la frustrazione di non riuscire a superare certi ostacoli e ottenere quindi dei riconoscimenti per il proprio lavoro l’ho provata eccome… Un aspetto che mi rispecchia molto è invece il cercare di superare le fasi più buie con l’autoironia.

Com’è avvenuto l’incontro col regista Paolo Orlandelli?

Paolo Orlandelli vide uno spettacolo che feci proprio al “T” qualche anno fa e poco dopo mi contattò per un bellissimo testo “Brillante” scritto da Marco Maltauro e che poi abbiamo messo in scena nel 2019, nel cast c’era anche una tua cara amica Marina Vitolo e poi Stefania Barca e Antonietta D’angelo… quattro donne che Paolo ha saputo valorizzare molto bene, e come chicca la splendida voce del grande Giorgio Colangeli.

number oneDa quello che ho letto dalla sinossi, sembra di trovarsi davanti ad un percorso di vita che, bene o male, tutti potremmo aver affrontato. Immagino, però, che nel mondo dello spettacolo questo accada ancora più di frequente. Me ne parli?

La protagonista è una sognatrice idealista, voleva fare la scrittrice tuttavia la vita l’ha costretta a fare altro… gli artisti, soprattutto nel nostro paese sono i meno tutelati in assoluto, lo abbiamo appurato anche in questo periodo di emergenza, c’è chi in questi ultimi anni ha dovuto cambiare mestiere con 20/ 30 anni di carriera alle spalle… per fortuna c’è anche chi resiste: qualcuno ha detto che noi attori siamo forgiati dalle delusioni, ci presentiamo in 200, 300 a un provino e ne viene scelto uno, siamo forgiati con i “le faremo sapere” (che poi non avviene quasi mai, non c’è grande rispetto in questo lasciamelo dire) … è una lotta costante.

Perché hai deciso di portare in scena questo spettacolo?

Perché nonostante si parli di un’artista credo che la tematica sia adattabile ad ogni tipo di lavoro, viviamo in un’epoca molto competitiva dove chi non raggiunge certi obbiettivi è visto come un fallito, ma io credo che ognuno ha diritto ad avere delle opportunità a prescindere dall’età, dal suo status, dal suo background anzi è proprio quello che ci rende unici.

Invidia, gelosia, solitudine, frustrazione, dolore, debolezza possono essere anche degli ingredienti per una ricerca introspettiva per migliorare se stessi; che ne pensi? Quale di questi sentimenti spaventa di più in te? E negli altri?

Si certo tutto aiuta in un percorso di consapevolezza, se però questi sentimenti non sfociano in patologie serie come la depressione; bisogna accogliere le proprie debolezze, è difficile ma è l’unico modo per far sì che non si trasformino in qualcos’altro: invidia, gelosia eccetera possono anche essere stimoli a fare di più se le riconosciamo subito e cerchiamo di trasformarle, questi sentimenti non mi spaventano è umano ogni tanto provarli, ciò che mi spaventa è invece l’anaffettività, la mancanza di sentimenti.

È capitato a te di far provare ad altri queste sensazioni?

Credo di si, soprattutto i primi tempi avvertivo gelosie ma non ne capivo il motivo poi mi sono resa conto che per certe persone è un alibi per non prendersi la responsabilità dei propri fallimenti, devono gettare fango sugli altri per potersi sentire importanti, mi spiace per loro.

Quanto pensi che il pubblico si rispecchi in questo monologo e che reazioni ti aspetti?

Come ho detto prima, questi sentimenti sono universali, Giuseppe Grisafi ha toccato un tema molto caro alla drammaturgia pensiamo a Iago nell’Otello per esempio, la sua invidia è portata all’estremo. Qui però si parla anche di mancanza di meritocrazia, si parla di una donna che ha piegato i suoi ideali per necessità… ma ci sono anche dei momenti divertenti perché la vita è così si piange e si ride, quindi spero di riuscire a coinvolgere gli spettatori.

number oneNumber One il titolo però, almeno per me, presagisce una luce in fondo a questo tunnel… Sbaglio?

Ehm non posso spoilerare … posso dirti però che Number One è il nome del pesce in locandina!

Progetti futuri?

Come sai negli ultimi tempi mi sono dedicata anche alla regia, per cui sto seguendo lo spettacolo che ho diretto da poco “Qua siamo!” con Marina Vitolo e Flavia Di Domenico che ci sta dando belle soddisfazioni.

A luglio poi sarò di nuovo in scena per il sesto anno nello spettacolo itinerante “Labirinto d’Amore” che si svolgerà come sempre nel parco di Palazzo Chigi ad Ariccia per la regia di Giacomo Zito, con colleghi straordinari come Luigi Pisani, Laura Rovetti, Chiara di Stefano, Nicola Sorrenti solo per citarne alcuni, siamo 14! E poi spero di poter produrre un nuovo cortometraggio di fantascienza col mio amico Matteo Scarfò, l’ultimo che abbiamo realizzato ci sta veramente rendendo felici proprio mentre parlo con te mi è arrivata la notizia che abbiamo vinto l’ennesimo festival, tre premi al Atomancon Short Film Festival nel South Carolina.

Insomma ad Majora semper… No?

Beh direi un intervista interessante e vera, che svela qualche retroscena del mondo dello spettacolo e di questa artista, che la maggior parte del pubblico ignorava. Spero che questa chiacchierata abbia incuriosito come me chi l’ha seguita e che sia da stimolo per andare a vedere Francesca!

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