Teatro 7: “I sorrisi del portiere”

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TEATROVID-19 Il teatro ai tempi del Corona (senza più mascherine all’aperto)

Con Rodolfo Laganà

di Carlo Picciotti

regia di Claudio Boccaccini

Abito da circa quarant’anni nello stesso condominio. Nonostante siano già molti anni che è andato in pensione, ricordo come ieri il signor Dino, il portiere che per decenni ha occupato la nostra guardiola. Sempre discreto e attento, sapeva tutto di tutti ma non sparlava mai; non ricordo di averlo mai visto assente per malattia, era onnipresente, e qualsiasi cosa accadesse lui c’era. Vigile, attento, un omone simpatico e dal cuore grande.

Ecco cosa Laganà stasera mi ha riportato alla mente: un ricordo dell’adolescenza, di quell’ omone buono, un a persona alla quale ho voluto bene e che stasera rivive grazie a Rodolfo, saltando fuori dai miei ricordi.

Laganà impersona proprio un portiere di condominio, una volta figura insostituibile a cui tutti eravamo abituati, e a cui spesso distrattamente passavamo davanti, mentre lui, abbassando il giornale, abbozzava un sorriso ed un saluto.

Rodolfo stasera è Orazio, con tanto di divisa grigia da portiere e il suo cappello “d’ordinanza”. Ci racconta del suo lavoro, ma soprattutto di tutti quei sorrisi che elargisce generosamente ai condomini e a tutti coloro che frequentano occasionalmente il suo stabile. Il modo in cui ci racconta questa realtà ha un sapore poetico, intriso di emozioni passate che ci riportano alla mente quei portieri di una volta, quelli che ormai non esistono più. Persone che erano dei punti di riferimento per il palazzo, se non addirittura per tutta la stessa via dove lavoravano.

Carlo Picchiotti e Claudio Boccaccini (due grandi dello spettacolo teatrale) scelgono di dare voce ad uno di questi “guardiani della serenità condominiale” attraverso Rodolfo, che sembra incarnare uno di quei portieri che potevi incontrare a Trastevere o in qualsiasi palazzo del centro di Roma; personaggi spesso di media o bassa istruzione ma “cresciuti” a livello personale mettendo a frutto la loro esperienza fatta di tanti contatti umani con persone di ogni ceto sociale.

Orazio è una persona di cuore, spontanea, semplice, sempre disponibile e pronta ad aiutare tutti.

Che questo personaggio rievochi il passato lo si avverte subito dai nomi pronunciati nei racconti di Rodolfo: nomi di battesimo di condòmini o di operai, o i loro soprannomi che oggi gli adolescenti e i vicini di casa non portano più. Nomi legati indissolubilmente ad una Roma ormai sparita e che ritroviamo solo nei vecchi film o nei ricordi degli anziani. Attraverso le parole di Carlo e l’interpretazione di Rodolfo, si riassapora quel gusto passato e si ritrovano l’umanità, la semplicità e la generosità che oggi potremmo scovare solo in quei pochi sparuti portieri sopravvissuti, quando il mondo sembrava procedere con un passo più umano e consentiva di assaporare le relazioni tra vicini.

Orazio è seduto su una sedia davanti ad un commissario, il perché lo scoprirete se andrete a vedere lo spettacolo. Posso solo dire che questa è un’occasione per mettere a nudo lui e tutta quella piccola società condominiale in cui vive. Parla di se stesso ma soprattutto di tutte le persone che ormai conosce bene; poi ci racconta dei profumi che sente la mattina uscire dalle cucine, indovinando le pietanze che le casalinghe stanno preparando per le loro famiglie. Quindi ci parla dei giochi dei bambini, oggi accantonati e sostituiti dalle Play Station; ci parla di sua moglie, che ama, e con cui sta da sempre, e dei figli che non ha potuto avere ma che ha trovato in quelli degli altri che abitano nel condominio, “adottati“ da lui e sua moglie come fossero i loro.

In quella divisa l’attore non rappresenta solo un semplice portiere, bensì è l’immagine di un poetico e romantico cantore delle storie perdute, che può incarnarsi solo attraverso un artista del suo calibro e con la sua esperienza. Un’icona del teatro e del cinema italiano con cui sono cresciuto e di cui ho imitato decine di volte scene o battute, prima con gli amici, poi con mio figlio ed oggi con i miei colleghi di lavoro, quando in un momento di pausa, davanti ad un caffè, rivediamo le sue scene divertenti su YouTube. I personaggi che ha proposto nella sua carriera di attore sono legati solo a ricordi piacevoli della mia gioventù. È come se tornassi indietro di decenni per poi ritrovarmi davanti a quelle emozioni, a quei ricordi vivi. Pendo dalle sue labbra mentre guardo ogni sua espressione, increspatura del volto durante lo spettacolo, mentre scopro di aver conservato tutti quei ricordi che grazie a lui stanno riemergendo.

laganàChissà se anche Laganà, con il suo monologo, ricorda qualche marachella commessa da ragazzino e a cui il suo portiere avrà posto rimedio… Che questo spettacolo sia un tributo anche a questo? Che sia per ciascuno di noi una dolce espiazione delle marachelle infantili?

Fatto sta che di questa realtà Rodolfo è visibilmente impregnato fino al midollo e, attraverso il testo di Carlo, riesce a far conoscere ai più giovani, o a risvegliare ai più attempati, quel mondo che non può non strapparci un sorriso di piacere o di nostalgia.

laganàRodolfo ti fa alzare da quella poltrona carico del sapore di quei ricordi sopiti, anche se vissuti in prima persona, che forse fino a stasera non avevamo ritenuto così importanti. Ci regala un sogno, una poesia, risvegliando quell’umanità di cui abbiamo bisogno, e lo fa coinvolgendo, facendoci ridere alle sue battute, e al contempo toccandoci nel profondo; a volte non sembra neanche recitare, ma essere semplicemente se stesso.

Uno spettacolo dolce, pregno di romanticismo e nostalgia che accarezza il cuore con dolcezza e che ci restituisce quella romanità sincera e schietta, fino ad arrivare al capolinea del viaggio con un inaspettato epilogo che chiude egregiamente la serata.

Non si può non amare un attore come Rodolfo Laganà, che personalmente reputo uno dei simboli di cui la città di Roma può orgogliosamente fregiarsi.

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