Daniele Monterosi attore di teatro, cinema e televisione, con esperienze in produzioni nazionali e internazionali tra cui House of Gucci di Ridley Scott, The Saints prodotto da Martin Scorsese, Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini, Vita da Carlo con Carlo Verdone e Gomorra – La serie.
In occasione della presentazione privata di Frida Letters, in programma il 10 giugno presso l’Ambasciata del Messico in Italia a Roma, abbiamo realizzato un’intervista sul suo progetto teatrale che nasce dall’incontro con le lettere di Frida Kahlo.
Il progetto prende forma all’interno di un percorso di ricerca che ha portato l’attore anche a Città del Messico, nei luoghi legati a Frida Kahlo.
Nasce da una domanda. Credo che, a un certo punto del proprio percorso, un attore inizi a scegliere non soltanto i ruoli, ma anche le storie che sente il bisogno di attraversare e raccontare.
Frida Kahlo incarna questa tensione in modo potentissimo. Per molto tempo, però, mi sono trovato davanti soprattutto all’immagine che tutti conosciamo: il mito, il simbolo, il volto diventato icona.

Mi ha colpito la distanza tra l’immagine che avevo di Frida Kahlo e la persona che emergeva dalle sue lettere. Nell’immaginario collettivo Frida è spesso associata al dolore, alla sofferenza, alla resilienza.
In altre parole, ho trovato una persona. Ed è stata forse questa la scoperta più importante. Perché più la conoscevo, più mi accorgevo che la ragione per cui continua a parlarci non sta soltanto nella sua eccezionalità, ma nella sua profonda umanità.
In quale momento ha capito che non stava costruendo un racconto su Frida, ma qualcos’altro?
Una cosa mi era chiara sin dall’inizio: su Frida Kahlo sono stati scritti libri, realizzati film, documentari, mostre. Non sentivo il bisogno di aggiungere un’altra biografia.
Che ruolo ha avuto il viaggio a Città del Messico nello sviluppo del progetto?
Ha avuto un ruolo fondamentale. Quando ho preso quell’aereo non sapevo ancora che cosa sarebbe nato. Sapevo però che, se volevo costruire un lavoro serio, dovevo uscire dall’idea astratta che avevo di Frida e confrontarmi con una realtà concreta. Avevo bisogno di camminare nei suoi luoghi, osservare gli spazi, la luce, i colori, la relazione tra la casa e il giardino, sentirne l’energia.
In scena porta un materiale intimo e reale: come si trova il giusto equilibrio tra interpretazione e rispetto della persona a cui appartiene?
Più entravo in contatto con questo materiale, più mi rendevo conto che il mio compito era togliere. Ho cercato sin dall’inizio di ascoltare, più che imporre una forma. Come attore porto inevitabilmente in scena la mia sensibilità, il mio corpo, la mia esperienza. Ma ho cercato di farlo senza sovrappormi a lei.
L’equilibrio, in un lavoro di questo tipo, non si raggiunge una volta per tutte. Esiste soltanto nella ricerca. Ed è anche questo che mi interessa oggi come attore: stare dentro un processo vivo, non chiuderlo troppo presto.
Per questo considero Frida Letters un lavoro ancora aperto, che continua a trasformarsi replica dopo replica. Ogni volta scopro qualcosa di nuovo su quelle parole, sul loro significato e sul modo in cui arrivano alle persone.
Che cosa cambia nel rapporto con lo spettatore quando si rinuncia a mediazioni sceniche complesse?
Mentre lavoravo alla creazione di questo spettacolo, a un certo punto mi sono trovato davanti a un bivio: una strada più sicura e una più rischiosa. Ho scelto la seconda.
In Frida Letters mi interessava capire anche che tipo di attore sono diventato oggi e verso quale direzione voglio continuare a muovermi. Volevo interrogarmi su cosa accade quando si smette di affidarsi alla performance e si sceglie di affidarsi alla presenza.
Frida Kahlo è una figura già molto mitizzata: cosa ha cercato di evitare nel confronto con lei?
Ho cercato di evitare la semplificazione. Quando una figura diventa così grande e riconoscibile si corre sempre il rischio di ridurla a una sola immagine, a un simbolo, a un messaggio. Ma le persone non funzionano così. Le persone sono contraddittorie.
Che tipo di esperienza spera si generi nello spettatore durante Frida Letters e cosa le piacerebbe che restasse dopo lo spettacolo?
Mi piacerebbe che le persone uscissero dal teatro con la sensazione di aver incontrato realmente qualcuno. Qualcuno che, attraverso la propria storia, le abbia aiutate a guardare un po’ più in profondità anche dentro la loro. Non credo molto al teatro che consegna messaggi o risposte. Mi interessa di più un teatro che crea uno spazio di ascolto, di riconoscimento, di relazione.
Se dopo lo spettacolo resta una domanda, un’emozione, un pensiero che continua a lavorare nei giorni successivi, allora credo che qualcosa sia accaduto. È questo che oggi mi interessa fare con il mio lavoro in teatro, non usare la scena per spiegare ma per creare le condizioni di un incontro.
Scrivi a: redazione@viviroma.tv