G come Gaber

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Col suo teatro-canzone Giorgio Gaber (Giorgio Gaberscik) ha attraversato quarant’anni cruciali della storia italiana, in una compenetrazione continua tra pezzi di vita pubblica e privata.

Ironico, ruvido, istrionico, nel corso degli anni è stato definito “anarchico“, “vate dei cani sciolti” e perfino “l’Adorno del Giambellino“, ma qualsiasi etichetta risulta insufficiente a riassumerne la personalità. La vita di Giorgio Gaber si può leggere attraverso le sue canzoni, intense autobiografie che analizzano e riflettono la realtà in cui vive e la generazione a cui appartiene.

“Sono cresciuto in una famiglia piccolo-borghese, in una piccola casa, con le abitudini e il tenore di vita di allora: si aveva un paio di scarpe sole e quando queste finivano se ne compravano delle altre, il che era certo un buon segno. Sacrifici, sicuro, ma all’insegna di un’essenzialità che oggi in qualche modo potremmo anche rimpiangere. Mio padre era impiegato, mia madre era casalinga e mio fratello Marcello, più grande di me di sette anni, si era diplomato geometra e suonava la chitarra. Mio padre suonava un po’ la fisarmonica, quindi un minimo di musica in casa c’era. Io poi, che avevo avuto un’infanzia piena di malattie e di rotture di coglioni, tra cui un infortunio a una mano, usai la chitarra anche come sostegno e recupero del mio inserimento. Io direi che tutta la mia carriera nasce da questa malattia (la poliomelite), la quale ha fatto sì che abbia voluto reagire ad essa con la chitarra, portandomi così a fare questo lungo percorso nella musica.”

Giorgio GaberDopo aver conseguito il diploma in ragioneria, s’iscrive alla facoltà di Economia e Commercio della Bocconi e si paga gli studi con i soldi guadagnati suonando al Santa Tecla, un locale milanese frequentato, fra gli altri, da Adriano Celentano: per un certo periodo di tempo, fa parte del gruppo che accompagna quest’ultimo, assieme ad Enzo Jannacci. Proprio al Santa Tecla incontra il pittore Sandro Luporini, col quale nasce una grande amicizia e la cui sintonia li porterà a una straordinaria collaborazione ultratrentennale.

Negli anni ’60 Giorgio Gaber si afferma in televisione, oltre che come cantante, anche come conduttore di programmi molto popolari. Tra il 1961 e il 1967 partecipa a quattro edizioni del festival di Sanremo e, nel 1965, sposa Ombretta Colli, dalla quale l’anno seguente nasce la loro figlia Dalia.

“Il Signor G” era identificato come una persona anonima, G come Gaber, ma anche come Gente, un nessuno o chiunque, in bilico tra un cambiamento e un inserimento nella società. Nonostante fosse laico, Giorgio Gaber riconosce l’appartenenza dell’uomo a Qualcun’Altro, un’esigenza naturale che l’uomo porta con se fin dalla sua nascita. Un concetto nobile, espresso attraverso la “Canzone dell’appartenenza” scritta con Luporini nel 1996, che fa del personaggio un grande intellettuale dei nostri tempi. A chi sosteneva che Gaber facesse satira politica, rispondeva: “Io non faccio satira politica, mi occupo della vita collettiva.”

Nel 1969 il Piccolo Teatro di Milano gli offre la possibilità di allestire un recital, «Il signor G» (primo di una serie di spettacoli nei quali affrontava temi sociali e politici). Da qui, la sua decisione di abbandonare la facile popolarità offerta dalla tivvù, per concentrarsi esclusivamente sugli spettacoli dal vivo, nelle forme del teatro-canzone. E’ anche protagonista di una tournée nei teatri italiani accanto a Mina.

Giorgio_Gaber_Obretta_Colli_1964

Italian singer-songwriter, comedy writer, director and actor Giorgio Gaber (Giorgio Gaberscik) and his partner and Italian singer, actress and politician Ombretta Colli (Ombretta Comelli) looking into the camera and smiling. Italy, 1964

Consapevole di essere impegnativo, Giorgio indorava la pillola con il gusto garbato per l’ironia (L’odore, Lo shampoo, Pressione bassa) e con una presenza scenica tracimante. Inimitabile. Irresistibile. Antitaliano e “anarcoide” (l’unica etichetta che accettava). Giorgio Gaber è stato un intellettuale libero. Ferocemente affine a Pasolini nel desiderio di andare “oltre” perché soltanto abbattendo le barriere dell’Italietta borghese – “buttare lì qualcosa e andare via” – si può adempiere al proprio ruolo di artisti. Il regime buonista ha raccontato la favoletta che la canzone più importante di Gaber e Luporini è La libertà. Falso storico. Lo slogan “Libertà è partecipazione” fu del tutto frainteso, nonché sopravvalutato, e la cosa infastidisce ancora Luporini.

Nel 1980 pubblica “Io se fossi Dio”, considerato uno dei momenti culminanti della fase di lavoro di Gaber e Luporini. L’occasione è data dall’uccisione di Aldo Moro e della sua scorta nel maggio 1978.

Nel 2001 pubblica “La mia generazione ha perso”, dove Gaber si sente davvero solo contro tutti, non trova nessun riferimento in un mondo che sperava “magari con un po’ di presunzione di cambiare”, e se lo ritrova sì cambiato, ma in senso opposto. Vede avanzare paurosamente figure grottesche, come “Il conformista”, ritratto molto italico di voltagabbana sempre pronto a “pensare per sentito dire” a seconda delle convenienze, e “L’obeso”, personaggio più universale, una mostruosa cloaca umana che ingurgita tonnellate di dati, notizie, informazioni, uno che sa sempre tutto senza capire mai nulla. Solo nel finale affiora una speranza: “ma io ti voglio dire che non è mai finita, che tutto quel che accade fa parte della vita”.

Giorgio_Gaber_1Già segnato dalla malattia, Gaber compare nello stesso anno in due puntate del programma 125 milioni di caz..te di e con il vecchio amico Adriano Celentano, insieme ad Antonio Albanese, Dario Fo, Enzo Jannacci e lo stesso Celentano in una surreale partita a carte. Il successo di quelle serate lo spinge a mettersi al lavoro per un nuovo disco, ad appena sei mesi di distanza dall’uscita dell’ultimo lavoro arriva Io non mi sento italiano, che però viene pubblicato postumo visto che era : da tempo malato di cancro ai polmoni.

Il disco appare quindi come un testamento artistico ed è tra i lavori più rappresentativi dello stile di questo grande artsita. “Io non mi sento italiano” è una ballata agrodolce su di un discusso senso di patriottismo messo spesso a dura prova dall’andamento di un Paese mal guidato.

Ed è proprio ad un ipotetico Presidente che Gaber si rivolge per schiarirsi le idee e per esporre le proprie perplessità su determinate situazioni. Ma nel testo, l’autore, sottolinea anche gli aspetti che lo rendono fiero della sua nazionalità rifiutando l’idea di essere raffigurato all’estero dai soliti luoghi comuni: “Mi scusi Presidente ma forse noi italiani, per gli altri siamo soli spaghetti e mandolini. Allora qui m’incazzo, son fiero e me ne vanto, gli sbatto sulla faccia cos’è il Rinascimento…”. Al termine del brano, Gaber, trova la risposta che cercava nel suo io ed ammette di essere fortunato ad essere italiano.

Giorgio Gaber si spegne nel pomeriggio del giorno di Capodanno del 2003, a tre settimane prima di compiere 64 anni, nella sua casa di campagna a Montemagno. I funerali si svolgono nel luogo dove si era sposato, l’abbazia di Chiaravalle, con rito cattolico, nonostante il cantautore non fosse affiliato ad una denominazione religiosa tradizionale. Il corpo riposa nella Cripta del Famedio del Cimitero Monumentale di Milano. E’ stato quindi il cancro a privare l’Italia di un’artista per il quale si poteva davvero andar fieri di essere italiani.

Al termine della celebrazione dei funerali di Giorgio Gaber, Massimo Bernardini enuncia: “Dio ci toglie un altro dei pochi che avevano la libertà e la spietatezza di dirci chi siamo e dove stiamo andando”.

PENSIERI E FRASI DELL’ARTISTA
“L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme non è il conforto di un normale voler bene l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé. (da Canzone dell’appartenenza)”
“Abbiamo fatto l’Europa, ora facciamo anche l’Italia. (da Io non mi sento italiano)”
“La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione. (da La libertà)”
“Il pensare… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile… che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore»… E chi ti crede?… In India, in India ti credono.”
“Un’idea, un concetto, un’idea, finché resta un’idea è soltanto un’astrazione. Se potessi mangiare un’idea, avrei fatto la mia rivoluzione. (da Un’idea)”
“Io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono. (da Io non mi sento italiano)“
“Dove esistono una voglia, un amore, una passione, lì ci sono anch’io”..

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ViviRoma

Il Gruppo ViviRoma fondato da Massimo Marino nel 1988, nasce come giornale murale per ampliarsi nel tempo in un magazine, TV e WEB.

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